FLORES, IL FILOSOFO CHE DA’ CORPO ALL’ANIMA

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Quanta luce in questi primi giorni d’estate. Quante cose vediamo che devono pure esserci state, ma parevano come in letargo. Ci sorprende, disorienta, esalta tutti questo trionfo della realtà intorno a noi. Dentro di noi. Sembrano tutto le cose. I corpi.

Eppure l’estate più di ogni altra è anche la stagione dell’ombra quando camminando per una strada vediamo finalmente la nostra forma che ci accompagna sull’asfalto. La stagione dei riflessi quando ritorniamo in mare, nel breve momento prima di immergerci.

Così entriamo a Palazzo Ducale per vedere la mostra di quadri di Paolo Flores d’Arcais. Sì, il filosofo. L’appassionato testimone (e attore) della politica. Il direttore di Micromega. È un pittore anche se quasi lo tace, sorpreso forse lui stesso dal convivere in se stesso di talenti così diversi. Non un pittore della domenica, ma un vero artista.
E subito guardando i dipinti ti sorprende l’apparente contrasto: l’amante della filosofia, dello spirito, che dipinge corpi. Solo corpi: donne, pugili, papi. Ne estrae i colori quasi con violenza, ne rivolta le forme. Li sventra. O forse li rivela.
L’altra faccia dei pensieri di Flores d’Arcais, verrebbe da pensare. Il filosofo che racconta lo spirito con le parole, l’uomo carnale che ha bisogno della tela.
E se fosse l’opposto? Lo stesso uomo che descrive la stessa realtà. Non più l’anima opposta al corpo, ma due facce di noi che si rivelano e completano l’un l’altra. Te ne accorgi d’improvviso leggendo le citazioni che accompagnano i quadri: “Che cosa sarebbe l’anima, se il corpo non fosse anima?”, scriveva Walt Whitman.
Lo ricorda anche Tomaso Montanari nella sua presentazione alla mostra ricordando la frase di un critico spagnolo del ‘700 davanti alle opere di Velazquez: “Mucha alma en el carne viva”.
Già, come vedremmo l’anima se non fosse il corpo a rivelarla, quelle membra che nella postura e nei lineamenti mostrano i pensieri. E che sarebbe il corpo senza l’anima che ne spiega ogni movimento, ogni pur minuto gesto.
È qui, sembra dire d’Arcais, la nostra difficoltà: essere, solo noi, il punto dove i due mondi si incontrano. Il corpo che ospita l’anima o lo spirito che guida le membra. Animula vagula blandula, hospes comesque corporis, ospiti e compagni, come diceva l’imperatore filosofo Adriano.
Il nostro compito in fondo è mettere insieme le due parti. Farne una sola. Scoprire che non c’è contraddizione tra loro, ma unità. E nel punto dove si toccano c’è la vita. Ci siamo noi.
Proprio come in questi giorni d’estate luce e ombra.

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