“Domenica per scoprire insieme i segreti del Bisagno”

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Sul Bisagno tre ponti attraversano la mia memoria di baby boomer. Faccio parte della generazione di genovesi che hanno giocato a calcio sui campetti improvvisati nel greto del torrente, vissuto l’alluvione del secolo con la pala in mano, frequentato una delle migliori università dell’epoca per poi disperdersi nel mondo. E, per loro, Genova lontana è nostalgia e rabbia, una musica malinconica che attraversa il cielo più luminoso dell’universo, l’unico vero derby. Da studente liceale, ogni mattina attraversavo il torrente sul Ponte di Sant’Agata, che aveva allora sei arcate, sopravvissute al progressivo interramento dell’alveo: in origine gli antichi ne avevano costruite 28 per collegare il convento omonimo al Borgo degli Incrociati. Davanti al cimitero di Staglieno, forse il più interessante d’Europa, c’è il Ponte Monteverde, terminato nel 1934: conserva i lampioni di Gino Coppedè, il fantasioso architetto Art Noveau che costruì più di 50 edifici in città nei primi anni del Novecento: quelle luci illuminavano Ponte Bezzecca, inglobato nella copertura del torrente edificata negli anni ’30. E poi c’è il Ponte Carrega, inaugurato nel 1788, anch’esso interrato in gran parte dalla modernità, le cui residue arcate sono state salvate, finora, dalla soluzione finale che prevedeva di sostituirle con un moderno ponte ad arco, una architettura simile a quella dei ponti stradali d’epoca fascista, ma con 4 corsie. Per ora; giacché la nuova amministrazione cittadina, se confermata, potrebbe dare ulteriori prove di buon gusto, prendendosi una rivincita sull’amaro masticato per l’opposizione popolare al fascino della modernità. Perché inizio dai ponti? Prima di tutto, la passeggiata di domenica 14 maggio inizia proprio a Ponte Carrega. Inoltre, i ponti sono sempre stati un archetipo per l’umanità. Aprendo il portafoglio, sul retro di ogni banconota c’è un ponte, da quello simile a Ponte S. Angelo sui 10 euro a quello anonimo, aereo, strallato da 500 euro. In tempi sacri per il denaro, vorrà pur dire qualcosa. Ma da sempre i ponti sono anche un sacrilegio. Anita Seppilli (Sacralità dell’acqua e sacrilegio dei ponti, 1977) ricorda che: «sin dall’antichità il termine pontifex fu per lo più collegato etimologicamente alla funzione dell’edificare (facere) un ponte (pontem); la rifioritura di questa voce nei primi secoli dell’era cristiana, entro l’ambito di un organismo religioso del tutto diverso – la somma dignità sacerdotale – già presenta un problema piuttosto stimolante per noi». E tutti conoscono il significato del verbo pontificare. Da sempre il ponte è anche un’arma politica: «I grandi ponti sono le cattedrali del mondo moderno» disse entusiasta Barbara Castle, ministro inglese degli anni ‘60. Un refrain spesso intonato dai governanti di ogni nazione, che in Italia ha toccato toni sublimi con il Ponte sullo Stretto. Per numerose leggende il ponte è, invece, un tremendo sacrilegio. Il diavolo costruì il ponte sul Trebbia in cambio della promessa di San Colombano di concedergli il primo transito; e non sono rari i ‘Ponti del Diavolo’ tanto negli appennini, quanto sulle alpi. Se a Parigi il Ponte di Saint Cloud fu costruito da Satana in persona, il diavolo che costruì l’ardito ponte sulla Stura di Lanzo, tra il monte Buriasco e il Mombasso, lasciò le impronte ai due capi estremi, varcando con un sol balzo il grande arco appena edificato: orme caprine. Davanti a Ponte Carrega c’è la rimessa dei bus pubblici di Gavette, dove un tempo i gasometri producevano il gas di città con il carbone, quando le energie pulite non erano ancora nell’agenda della storia e i polmoni della gente non contavano molto, soprattutto in periferia. Gli studenti del mio Laboratorio di Progettazione milanese conoscono bene quel luogo, una fascia di connessione tra le acque naturali del torrente e quelle artificiali del soprastante acquedotto civico, un’opera che meriterebbe il riconoscimento dell’Unesco o almeno del Fai. I ragazzi stanno elaborando un progetto, anzi una ventina di progetti, per accogliere in un contesto contemporaneo e sostenibile la scuola di Ingegneria, impiccata da 40 anni tra le ville di Albaro. Al lavoro sono neuroni sani e numerosi, che proporranno forse soluzioni fantastiche o utopiche ma tutte improntate al rispetto della memoria, ai più elementari principi della mobilità urbana, alle lezioni opposte di Franco Albini (Tursi) e Luigi Carlo Daneri (Biscione), ai paradigmi possibili dell’università futura che viaggia non solo tra bit e start-up ma deve anche recuperare la democrazia e il legame con la società, come segnala un coraggioso saggio di Juan Carlos Martin appena pubblicato (Università futura. Tra democrazia e bit, Codice edizioni, Torino, 2017). E stanno lavorando mossi dalla passione dei miei colleghi che, citando Le Corbusier, insegnano loro che l’architettura «è un fatto d’arte, un fenomeno che suscita emozione, al di fuori dei problemi di costruzione, al di là di essi. La Costruzione è per tener su: l’Architettura è per commuovere». E chiedo scusa in anticipo se questi progetti non saranno graditi ai genovesi che contano, quasi tutti orientati verso altre soluzioni, per lo più distopiche.
Poco a valle c’è la Volpara, dove per anni un operoso inceneritore smaltì in aria la spazzatura dei genovesi. Non lo si chiamava ancora termovalorizzatore, secondo la truffa semantica di ispirazione orwelliana oggi di moda: «La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza». E oggi c’è la linea fanghi dell’impianti di depurazione cittadino che Albaro, Punta Vagno, non trova “fine” ospitare per trattarli in loco; forse la sposteranno a Cornigliano, di certo non a Sturla, Quarto o Quinto al Mare. E, sempre qui in Volpara, si accumulano oggi i (pochi) rifiuti raccolti con la differenziata da una delle città più indietro d’Europa. Più a nord, le poche aree disponibili sono voracemente concupite dalla grande distribuzione, quando non ne ha già preso possesso. È il contributo pubblico-privato all’evoluzione del tessuto sociale di questi luoghi: più che il rammendo urbano predicato da un archistar, fa venire in mente la frantumazione, quella rumorosa attività che si faceva nelle cave di monte. E il vuoto urbano comprende l’officina Guglielmetti, dove da bambino sono riuscito a guidare un tram Uite della serie “900”, un vanto tecnologico del paese che si ricostruiva. Per fortuna, avevo lasciato aperte le porte e gli operai mi catturarono trafelati dopo che avevo percorso un centinaio di metri o poco più. E, camminando lungo il greto, arriveremo alla Sciorba, dove dovrebbe essere costruita in alveo e sulla riva una imponente struttura di controllo idraulico per deviare una parte delle acque del Bisagno nello scolmatore in galleria. Un’opera attesa da quasi 50 anni, al cui finanziamento ha, nel suo piccolissimo, contribuito la mia testardaggine, espressa in un libro fortunato che iniziai a scrivere nel 2010 e fu pubblicato nel 2014. E che fu sostenuta, replicata, ribattuta con potenza dai media locali e nazionali fino a commuovere là dove il si puote. È un progetto inviso a tutta la politica genovese da sempre, compreso i buoni visi ostentati in pubblico a cattiva sorte: una galleria idraulica non si vede, né si inaugura per lotti progressivi; e se funziona bene nessuno se ne accorge, se va male sono solo grossi guai. Il progetto definitivo (2000-2006) è già un po’ vecchio e la localizzazione andrebbe rimeditata, poiché ci sarebbero forse alternative intelligenti. Il bando del progetto esecutivo in teoria non lo consente. Rigidità, ottusità, conservatorismo? Vedremo in pratica. Se negli anni ‘30 un ufficio tecnico comunale era in grado di progettare una grande opera come la fognatura a maglie di Milano, archetipo di resilienza, o la dissennata ma ben fatta copertura del Bisagno a Genova, comprese le sue difese a mare, oggi la mano pubblica non è più in grado di progettare cose concrete, ma solo di affidarsi ad altri. Se non sai progettare, i criteri di affido diventano burocratici e si perde di vista la sostanza: la scienza delle costruzioni idrauliche non è un’opinione. Chi affiderebbe la propria prostata a uno psichiatra? E neppure al dentista o tanto meno al veterinario, ancorché protetti da poderose spalle politiche. Invece la burocrazia qualche volta lo fa. Magari senza accorgersene, poiché il rasoio di Hanlon è sempre in agguato: «Non attribuire mai a malafede quel che si può ragionevolmente spiegare con la stupidità». Nei prossimi giorni sarà in libreria il mio ultimo libro in materia di rischio idrogeologico (Bombe d’acqua. Alluvioni d’Italia dall’unità al terzo millennio; Marsilio, Venezia, 2017). Non è un saggio per soli genovesi, come lo fu Bisagno. Il fiume nascosto. Ma anche. Il libro delinea la storia idraulica, civile e politica della “questione idrogeologica” italiana, dall’unità ai nostri giorni. Un problema, sempre più pressante e talvolta drammatico, che è stato quasi sempre affrontato anteponendo l’urgente all’importante, senza cognizione del passato e visione del futuro. Il racconto, liberato da catene cronologiche, riunisce tempi e luoghi diversi nell’ambito di paradigmi tematici, disegnando una narrazione dove le genti, la politica, gli scienziati e i tecnici sono assieme protagonisti e vittime, salvatori e salvati, illusionisti e dannati. E per la prima volta le diverse sfaccettature della questione sono filtrate attraverso una lente scientifica razionale e unitaria, esponendo anche la prospettiva con cui si potrebbe affrontare la questione. http://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/3172683/bombe-d-acqua

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