DI CONSUMO ANCORA SI MUORE

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di Roberto D’Alessandro, assistente sociale

Se c’è una cosa che dovremmo aver imparato quando si parla di droga e purtroppo della morte drammatica di una sedicenne, è che la realtà è più complessa di facili ricette o slogan che ci tranquillizzano e ci fanno presumere di aver capito il problema e, quindi, di avere  la o le risposte.

Partiamo da una constatazione di fondo. Non possiamo scandalizzaci del dilagare dell’uso o abuso di droghe di ogni tipo in una società in cui si è consolidato nel tempo il modello del consumo come caratteristica identitaria del nostro tempo.

Una società innanzi tutto farmacodipendente dove per ogni sintomo devo disporre immediatamente  di un rimedio chimico che anestetizzi senza se e senza ma il dolore.

La compulsione al consumo dilaga e ci trova vulnerabili e indifesi.  Tutto, dal divertimento, allo shopping, è finemente orientato a farci consumare sempre di più, a illuderci di essere appagati riempendo il vuoto con oggetti invece che con relazioni vere e non solo virtuali.

Riccardo Mannerini nel ‘58 in una celebre poesia scriveva:

Come potrò dire a mia madre
che ho paura?
La vita, il domani, il dopodomani
e le altre albe
mi troveranno
a tremare
mentre nel mio cervello
l’ottovolante della critica
ha rotto i freni
e il personale è ubriaco.
Ho paura, tanta paura,
e non c’è nascondiglio possibile
o rifugio sicuro.

Forse il nodo sta proprio nell’inconfessabile corollario di paure e fragilità che ci portiamo addosso, e che proprio perché inconfessabili e inesprimibili, prima o poi trovano la strada per esprimersi, talvolta in modo creativo e talvolta in modo distruttivo.

Negli anni ‘80 l’eroina falciava ogni anno a Genova decine di giovani. L’aids correlato all’uso promiscuo di siringhe mieteva altrettante vittime. Ci siamo messi al lavoro, iniziando proprio da dove queste cose succedevano. Dalla strada. Si chiamava “riduzione del danno”, quella strategia che mirava a non nascondere o peggio reprimere un problema ma a guardarlo in faccia, senza giudizi, per quello che era e per quello che significava.

Gli eroinomani faticavano a venire ai servizi per le dipendenze? Morivano sulla strada? Non avevano ancora la spinta giusta, volevano cambiare solo alcuni comportamenti avvertiti come dannosi, ma senza ancora lasciare del tutto le sostanze? Allora andammo noi, operatori sociali, da loro, sulle piazze, con le Unità di Strada, sorretti da un’idea pragmatica e non ideologica: la gradualità e sostenibilità di interventi finalizzati in primis a far vivere (non morire); quindi a consumare con meno rischi; poi a consumare meno fino all’obiettivo con la O maiuscola di non consumare. Una strada complessa e lenta come lento è il processo motivazionale che ti induce a cambiare una consuetudine che per molti versi riconosci anche piacevole.

Incontrammo molte critiche. Si diceva che la riduzione del danno era una resa al consumo di sostanze. Non era così. Dare ad esempio una siringa pulita a un consumatore compulsivo di eroina che non aveva ancora deciso di smettere, non era aiutarlo a drogarsi come molti pensavano, ma aiutarlo in quella fase a modificare un comportamento dannoso  innescando una relazione che nel tempo lo avrebbe portato a chiedere ulteriori cambiamenti, e anche ad accedere a un servizio di riabilitazione.

Questa politica silenziosamente portò molti frutti. Molti consumatori di eroina si rivolsero ai servizi che avevano imparato ad abbassare la soglia di accesso, a ridurre le barriere per favorire l’avvio di un cambiamento. La mortalità per overdose scese significativamente, le infezioni droga-correlate anche.

Molti fattori contribuirono a questo risultato, certo, non solo le strategie sopra citate. Ma queste diedero un contributo fondamentale anche in termini di cambiamento culturale.

Cambiano le sostanze ma i concetti di fondo rimangono invariati. Oggi l’Unità di Strada esiste ancora e forse andrebbe valorizzata e rinforzata. E’ spesso presente nei luoghi della movida, o accanto ai rave come presenza finalizzata ad aprire un dialogo, a fare breccia, ad affrontare senza tabù la questione sostanze, siano esse legali o illegali.

Ma forse da troppo tempo è calato il silenzio anche e soprattutto culturale e istituzionale sul problema. Non appare più una priorità. Troppo faticoso affrontarlo davvero senza mettere in discussione il modello consumistico nel quale affoghiamo tutti ? Troppo imbarazzante ammettere la sconfitta di tutti dietro la morte di una sedicenne?

Spero che si andrà oltre la mera ricerca delle responsabilità penali e si punti il faro contro le responsabilità collettive, civili, sociali, istituzionali. Nessuno dimentichi, non si risolva tutto mettendo il marcio sotto il tappeto. O delegando solo al versante repressivo.  Nessuno si chiami fuori. Ci siamo dentro tutti.

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