C’ERA UNA VOLTA IL PALLONE (lettera da mio nonno)

0
641

di Egidio D’Alessandro

Caro Giacomo,

prima della guerra quando ero bambino ho vissuto giorni indimenticabili. Mio papà era imbarcato sul Rex, la più grande nave passeggeri degli anni ’30-’40, e quando arrivava dall’America portava sempre la cioccolata. Una volta portò un fonografo con i dischi, il cui motore funzionava a manovella, e noi passavamo ore a suonarlo. Poi ci portò una macchina fotografica, che a quei tempi era cosa da ricchi… Settant’anni fa non c’erano le comodità che adesso ci sembrano scontate: non esisteva il frigorifero né la lavatrice e tantomeno la televisione; i più fortunati avevano una radio, e la domenica per ascoltare le partite di calcio si andava in Piazza De Ferrari ad aspettare con ansia i risultati trasmessi da un altoparlante. La squadra di famiglia era il Genoa.

La passione per il pallone in effetti era già dentro di me, tant’è che spesso arrivavo a casa con una suola rotta, e mia mamma non ti dico le sgridate. La mia scusa era: “Sono inciampato!”, e lei: “Ma inciampi sempre con la scarpa destra?”. Ero un destro nato, giocavo bene ed arrivai a vent’anni a giocare nel campionato Juniores con la prima squadra del nostro quartiere, il Calcio San Giorgio. Poi passai al Grifone Marassi, grande squadra nella quale trovai validi compagni che frequento ancora oggi. Ma quando iniziai a navigare non ebbi più tempo per giocare. Il lavoro a bordo mi dava soddisfazione, ma dovevo stare lontano da casa e dalla mia famiglia. Ai miei bambini mancava che il papà andasse a prenderli all’uscita da scuola. Per fortuna avevo una moglie così brava che si sdoppiava e faceva per due.

Negli anni ’70 ero imbarcato sulla Michelangelo come secondo maitre, e l’equipaggio aveva organizzato una squadra di calcio della quale ero allenatore, per poter partecipare alla prestigiosa Coppa Atlantica, organizzata dalla Siemens di New York. Il torneo si disputava tra gli equipaggi delle navi che si incontravano nei porti delle città di scalo. Partita dopo partita, sul campo di Brooklin ci scontrammo contro gli inglesi del Queen Elizabeth e vincemmo 5 a 1. Poi contro l’equipaggio del France trionfammo 3 a 0. Quindi contro gli olandesi del Rotterdam, un altro 3 a 0. Sull’Isola di St.Thomas vincemmo contro i greci dell’Amerikanis, e anche a Portorico strappammo un 1 a 0 contro una nave della compagnia Costa. Infine l’unico pareggio del torneo, 1 a 1, contro la motonave Vittoria di Scerni. Contro tutte le navi da crociera di ogni nazionalità che gareggiarono nella Coppa Atlantica, la Michelangelo della Società Italia si dimostrò la più forte. La festa di premiazione avvenne a bordo alla presenza del Console Italiano di New York e delle autorità marittime. Alla squadra venne consegnata una coppa, e a ciascun componente una medaglia, che naturalmente conservo tuttora.

A 76 anni continuo a dire che genoani si nasce. Nelle nostre culle non mancava il fiocco rossoblu, e mio papà ebbe l’onore di assistere ai tre scudetti del Genoa 1915, 1923 e 1924. Era talmente tifoso che una domenica, di ritorno da New York sul piroscafo Rex dove era fuochista, invece di andare a riabbracciare mia mamma e noi che lo aspettavano sulla banchina, scese dalla scala passeggeri e insieme ad altri marinai corse in autobus a Marassi, dove Genoa e Bologna si giocavano lo scudetto. Gioie e dolori della mia passione rossoblu… Allo Stadio Luigi Ferraris (che per noi genoani rimane u campu du Zena) ho avuto la fortuna di giocare da ragazzo, nel ‘46. E di vederci giocare grandi sportivi come Verdeal e Abbadie. Rammento le migliori formazioni, le belle vittorie, i derby strappati all’ultimo, e anche l’amarezza del campionato sospeso per due anni a causa della guerra. La vittoria più bella che rimane nella mia memoria è un Genoa-Liverpool 2-1, in Coppa Uefa all’Anfield Road Stadium. Ogni volta che vedo entrare in campo le undici maglie del grifone, mi accorgo di essere letteralmente un “vecchio cuore rossoblu”.

Oggi capisco che il calcio non sia più per molti giovani quello che era per noi. Mi dispiace, ma lo capisco bene: un tempo era una festa, un rito per celebrare la domenica in famiglia, a volte si prendeva il treno tutti insieme per andare in un’altra città a vedere la trasferta, ed era un’esperienza gioiosa. Non c’era la paura di tafferugli e risse che si sente oggi. Non c’era il bisogno di sicurezza e forze dell’ordine che abbiamo visto tante volte intervenire. Il calcio era un gioco, uno sport, e per noi un modo di stare insieme e di appassionarci, di sentirci legati alla nostra città con orgoglio senza farne un motivo di inimicizia.

Egidio D’Alessandro (Genova, 1928-2006) è stato giovane garzone nelle botteghe genovesi e in seguito per una vita intera navigatore, assistente di sala e maitre sulle prestigiose navi della fu Società Italia. Ha vissuto i bombardamenti della seconda guerra mondiale, prima a Genova e poi sfollato in Abruzzo. Ha vissuto il clamoroso naufragio dell’Andrea Doria accanto al comandante Calamai. Ha vissuto infine la Genova del XX secolo nel profondo dei suoi caruggi, da piccolo monello e poi da american barman in Via San Vincenzo. Sono cresciuto ascoltando i suoi racconti di questa immensa vita trascorsa in giro per il mondo, visitandone le meraviglie, conoscendo l’America di belle speranze del Novecento, e ricevendo a bordo attori, artisti, politici e sovrani d’ogni angolo del globo. Fra i 13 e i 15 anni insistevo perché mi scrivesse di suo pugno i racconti più significativi, e da questo rapporto sempre più stretto nella trasmissione di un passato vissuto è nata la raccolta di cronache che qui intendo riproporre. Per ricordarci quanto è importante domandare ai nostri vecchi, ascoltare il loro mondo, comprendere la storia del basso. E immaginare oggi con creatività e saggezza quello che siamo, quello che vogliamo. Giacomo D’Alessandro

Rispondi