SE C’E’ BISOGNO DI UNA CROCE E UN PRESEPE PER DIRSI CRISTIANI

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Dopo lo spettacolo triste e mediocre del presepe negato o proibito, dei canti di Natale oscurati a scuola per una maldestra idea di rispetto o di par condicio, non poteva mancare il fenomeno opposto: il presepe imposto, eretto e brandito come una spada di civiltà, simbolo di difesa delle tradizioni se non addirittura di orgoglio occidentale. Da cristiano è amaro avvicinarsi così al Natale.

E’ tempo di Avvento e nel Municipio I Centro-Est, come ogni anno, è stato preparato il presepe. Quest’anno ha un sapore diverso, anche per i suoi dipendenti che del resto da sempre si sono occupati di imbastirlo. Nel consiglio di municipio del 30 Ottobre è infatti passata una mozione della Lega Nord “sulla valorizzazione del presepe sul territorio municipale” che impone che negli uffici municipali dal 3 Dicembre al 7 Gennaio “presepi che richiamino in particolare la tradizione ligure e genovese” e “a promuovere, con le iniziative più idonee, la valorizzazione del Presepe sul territorio municipale, anche in collaborazione con l’amministrazione comunale e con gli istituti scolastici presenti nel Municipio Centro Est”. Posto che ancora devo capire in che modo venga promosso nelle scuole, mi sembra che questo sia un maldestro tentativo di chi vuole ottenere la palma del “più cristiano di tutti”, ma non è una gara e tale atteggiamento è fortemente contrario allo spirito del Natale.

Don Milani scriveva:

“Quando ci si affanna a cercar apposta l’occasione di infilar la fede nei discorsi, si mostra di averne poca, di pensare che la fede sia qualcosa di artificiale aggiunto alla vita e non invece modo di vivere e di pensare”

Insomma proprio come quei farisei del Vangelo che “dicono e non fanno” e che “fanno tutte loro opere per essere ammirati dalla gente”. Se l’ipocrisia è il primo peccato, il secondo è la vanità.

La magia del Natale, il mistero della natività finiscono così per cinico calcolo politico nel campo minato delle contrapposizioni: italiani/stranieri, cristiani/musulmani, noi/loro.

Il vero tema è di non fare del presepe una bandiera. Il fatto di brandire la spada delle «tradizioni cristiane», è basato su reali movimenti della vita della fede o su una dimensione politica?

Il presepe è una tradizione importante della nostra cultura ed è portatore di valori che vanno al di là del messaggio religioso, richiama i valori dell’accoglienza nei confronti del diverso, dello straniero, del rifugiato, dell’ultimo.

E’ comprensibile che istituzioni e scuole continuino a festeggiare il Natale pur nella consapevolezza che il patrimonio culturale degli studenti è molto diverso rispetto a pochi anni fa. Il presepe non ha nulla a che fare con l’identità nazionale, con i proclami patriottardi di coloro che vorrebbero strumentalizzare questo simbolo di mescolanza e incontro per metterlo al servizio di una politica e di una cultura dell’intolleranza e del respingimento.

Tutto questo senza considerare l’ipocrisia di chi si dice cristiano e caccia via un rifugiato, uno che cerca aiuto, un affamato, un assetato, quello che ha bisogno di aiuto

La testimonianza che il mondo si aspetta da noi cristiani è soprattutto quella di rendere visibile la misericordia che Dio ha nei nostri confronti attraverso il servizio ai più poveri, agli ammalati, a chi ha abbandonato la propria terra per cercare un futuro migliore per sé e per i propri cari.

Costruirsi un’immagine di crociati cristiani, è contrario allo spirito di pace del Natale e tradiscono la festività molto più che non fare il singolo presepe.

Insomma, in questa vicenda nuovamente risuonano dentro di me le parole del devoto e defunto magistrato Rosario Livatino: “Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili.”. Parole che devono risuonare in chi si erige ad unico paladino di una fede particolare.

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