CASE POPOLARI AGLI IMMIGRATI, LA CORTE COSTITUZIONALE BOCCIA TOTI

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Bocciata. La Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la norma della Regione Liguria che vietava l’assegnazione di case popolari agli stranieri se non risiedevano in Italia da almeno dieci anni.
La legge era stata annunciata in pompa magna nel giugno 2017 dalla maggioranza guidata di centrodestra dove la Lega è il pilastro. L’articolo 5 introduceva un principio che stava particolarmente a cuore proprio al Carroccio: per ottenere un alloggio popolare occorre essere “regolarmente residenti da almeno dieci anni consecutivi nel territorio nazionale in regola con la normativa statale in materia di immigrazione”.
Ma ad agosto il Consiglio dei Ministri, allora guidato da Paolo Gentiloni (centrosinistra), aveva presentato ricorso alla Corte Costituzionale: “Lo status di soggiornante di lungo periodo, con la connessa equiparazione ai cittadini ai fini dell’assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica, può essere acquisito dal cittadino di paese terzo a partire, al più tardi, da cinque anni e otto giorni dal suo ingresso regolare nello Stato.
E puntuale era arrivato l’attacco di Toti: “Il Governo spende oltre 4 miliardi per l’accoglienza degli immigrati, ma non vuole le case per liguri e italiani. Complimenti, un governo che capisce bene i bisogni dei cittadini!”.
Ma anche la Corte Costituzionale – che fa rispettare la Costituzione e non fa politica – non la vede come il Governatore della Liguria. La sentenza 106 (http://www.giurcost.org/decisioni/2018/0106s-18.html) tra l’altro dice: “Le politiche sociali delle Regioni ben possono richiedere un radicamento territoriale continuativo e ulteriore rispetto alla sola residenza». Insomma, bisogna davvero viverci in un Paese, essere parte di una comunità. Soprattutto per avere una casa: “L’accesso a un bene di primaria importanza e a godimento tendenzialmente duraturo, come l’abitazione, per un verso, si colloca a conclusione del percorso di integrazione della persona presso la comunità locale e, per altro verso, può richiedere garanzie di stabilità, che, nell’ambito dell’assegnazione di alloggi pubblici in locazione, scongiurino avvicendamenti troppo ravvicinati tra conduttori, aggravando l’azione amministrativa e riducendone l’efficacia”. Integrazione è la parola chiave, dove l’impegno dello straniero e degli italiani si incontrano. A entrambi è richiesta una responsabilità.
La Corte Costituzionale richiama diritti e anche doveri di chi arriva nel nostro Paese.
E questa forse è la chiave della sentenza: per chiedere, giustamente, di adempiere ai doveri, bisogna offrire ai migranti anche i diritti. Ma vale anche l’opposto: per chiedere dei diritti, è necessario adempiere ai doveri. Per mettere su casa in un Paese bisogna diventarne parte.
Mentre, però, il ragionamento della Corte Costituzionale sfocia nell’integrazione, per altri rischia di condurre all’esclusione.
Bisogna mantenersi, dicono i giudici, “entro limiti non arbitrari e irragionevoli».
Altrimenti si rischia di produrre sparate utili a produrre consenso, non a risolvere i problemi.

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