Carige, chi ha portato la banca dei liguri sul baratro

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L’incubo della serie B. Non soltanto per il Genoa, ma proprio per Genova. Che vede la sua banca, fino a pochi anni fa quinta in Italia, vacillare. Che teme per 600 posti di lavoro all’Ilva. E legge sui giornali la notizia che anche la storica Rinascente chiuderà i battenti.

La Carige trema, ma non è una sorpresa, per un istituto che è stato ed è l’emblema di un intreccio inestricabile di potere dove si ritrovavano politica – di centrosinistra e centrodestra – imprenditori, cooperative e la Curia di Tarcisio Bertone e Angelo Bagnasco. Perfino magistrati che ricevevano sponsorizzazioni per le loro squadre di pallavolo da società del gruppo. C’erano tutti. E nessuno per anni ha parlato.

Genova senza banca? Inimmaginabile, per questo istituto – strano destino – fondato da Angelo da Chivasso, un francescano che diede vita al Monte di Pietà, uno degli istituti più antichi d’Italia. La stessa Genova dove nel 1870 è stato anche fondato il Credito Italiano che poi è diventato Unicredit. Ed è emigrato a Milano, come migliaia di ragazzi genovesi in cerca di lavoro. Genova che nel ‘500 era capitale mondiale della finanza e inventava i bond.

Vero, almeno a Genova c’è stato un processo. Una condanna. Giovanni Berneschi, il dominus assoluto di Carige per decenni, nel febbraio scorso è stato condannato in primo grado a otto anni e due mesi con l’accusa principale di aver truffato le assicurazioni del gruppo. Ma sarebbe troppo facile, e falso, gettare addosso soltanto a lui la croce. Tornano in mente le assemblee di una mangiata di anni fa. Luigi Barile, commercialista e azionista della banca, che lanciava allarmi catastrofici e purtroppo inascoltati. E lui, Berneschi, che gli rispondeva, quasi irridente, in Genova: “Belin, Barile…”. In sala tutti ridevano. E tacevano. Sul palco e accanto a Berneschi si sono avvicendati tutti: dal fratello di Claudio Scajola, Alessandro, al suocero dell’ex ministro (nella fondazione). Nella fondazione c’era Flavio Repetto, industriale vicino al cardinale Bertone. Vicepresidente della Fondazione era Pierluigi Vinai, scajoliano, candidato sindaco Pdl a Genova con l’appoggio di Bagnasco. Nella controllata Carisa (Savona) ecco Luciano Pasquale definito da Claudio Scajola “manager di grande caratura”. Nella Carige c’era anche Luca Bonsignore, figlio dell’europarlamentare Vito (Udc poi Pdl). Poi ecco Alessandro Repetto, già presidente della Provincia di Genova (centrosinistra). Sì, anche il Pd fa sentire la sua voce: nel consiglio di indirizzo della Fondazione ex onorevoli come Graziano Mazzarello ed ex assessori come Massimiliano Morettini (toccato dall’inchiesta Mensopoli, prosciolto). Per non dire di quando l’allora governatore Pd, Claudio Burlando, offrì il posto della Regione nella fondazione alla Curia di Bagnasco. E c’era anche, nel cda Carige, Paolo Odone, dal 1999 presidente della Camera di Commercio cittadina.

In quegli anni Carige le fondamenta di Carige  hanno cominciato a scricchiolare. Fidi per un miliardo; alcuni concessi a soci pattisti della banca. Era l’epoca dei finanziamenti da 75 milioni concessi ad Andrea Nucera oggi latitante a Dubai. Poi al gruppo Orsero, considerato vicino al centrodestra. E dei 251 milioni al progetto Erzelli voluto fortissimamente dal Pd e da Giorgio Napolitano in persona. Per non dire delle società di Enrico Preziosi, presidente del Genoa.

Ma sbaglia ancora chi pensa di liquidare la storia a una questione genovese. A un ‘banchiere contadino’, come amava definirsi Berneschi che nel weekend andava in giro per i suoi orti con il trattore. Perché Berneschi è presidente dell’Abi (Associazione Bancaria Italiana), aveva amici molto potenti in Bankitalia e nello Ior, la banca vaticana. Del ruolo di Carige si parla negli anni delle scalate bancarie dei furbetti del quartierino. Non è mistero che Berneschi fosse apprezzato da Antonio Fazio, allora Governatore della banca centrale. E poi c’è un fido concesso nel 2010 dalla banca alla fondazione servito all’ente a sottoscrivere obbligazioni convertibili Carige e a rilevarne, l’anno successivo, la quota posseduta dallo Ior prima che l’emittente esercitasse anticipatamente la facoltà di rimborso in azioni.

Polemiche. Inchieste. Finite nel nulla. Nel 2000 la Finanza ricevette una denuncia anonima che se fosse andata avanti avrebbe scoperchiato il sistema. E forse cambiato le sorti della banca: si parlava di plusvalenze fasulle, conti truccati, compravendite di immobili. Una truffa da 15 miliardi di lire. Non se ne fece nulla perché il giudice – che aveva una squadra di pallavolo sponsorizzata da Carige Assicurazioni – dichiarò tutto prescritto. Un’epopea ricostruita da Carlotta Scozzari nel suo libro ‘Banche in sofferenza’.

Poi nel 2013 finalmente arrivarono – meglio tardi che mai – le ispezioni Bankitalia e la Procura. Ora al timone di Carige c’è un’altra Genova. Ma non estranea alla politica. C’è la famiglia Malacalza, il maggiore azionista, che era considerato simpatizzante di Raffaella Paita all’epoca delle primarie Pd 2015 e oggi non è certo ostile al centrodestra del governatore Giovanni Toti e del sindaco Marco Bucci. C’è Gabriele Volpi, secondo azionista, che ha fatto i miliardi con il petrolio nigeriano ed è patron della squadra di pallanuoto Pro Recco. Quello che alle sue cene richiama Toti e Matteo Salvini. Quel Volpi che ha come consigliere Gianpiero Fiorani, sì, proprio quello dei furbetti del quartierino. E c’è anche Aldo Spinelli, imprenditore del porto, tanto amico di Burlando e oggi sostenitore di Bucci e Toti. La politica e la banca, sempre lì.

Ma se Carige non regge a temere saranno soprattutto loro, i risparmiatori. Perché questa è la cassaforte dell’economia e del risparmio liguri. Quella città sempre incline al risparmio più che all’investimento, che nel 1970 era in testa nella classifica nazionale per depositi bancari pro capite. Piccoli risparmiatori che qui tengono i soldi di una vita, imprese e grandi dinastie. Erano gli anni ’90 quando uno dei dirigenti della banca si vantava: “Abbiamo un correntista che ci ha affidato 250 miliardi di lire”.

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