BUCCI E’ IL FIGLIO DI BURLANDO

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“Però con Burlando questo non sarebbe successo…”, sospira un vecchio militante Pci nella Sala Rossa di Palazzo Tursi. E’ martedì scorso, da pochi minuti è finito il consiglio comunale con l’imbarazzante scena di Ponzio Bucci che non riesce a dire chi ha autorizzato l’utilizzo del Tricolore alle commemorazioni dei caduti di Salò. Davvero si provava pena a vedere il Sindaco muto di fronte ai microfoni dei cronisti.

Vero, con Claudio Burlando e il centrosinistra al governo della Liguria non avremmo avuto la bandiera della Repubblica a commemorare i morti per il fascismo.

Eppure a sentire le parole di quel militante rimasto senza partito veniva una domanda: come siamo arrivati fin qui? Di chi sono figli Giovanni Toti e Marco Bucci?

Forse proprio di Burlando e del burlandismo. Perché il trionfo del centrodestra in Liguria comincia prima che nel resto d’Italia: siamo nel 2015 e Matteo Renzi ancora domina. Ma in Liguria si decide di candidare alle Regionali proprio Raffella Paita, la delfina di Burlando, il testimone di una stagione che i liguri volevano chiudere. E il Pd con i suoi alleati prende una sonora scoppola. Il primo campanello d’allarme dell’inversione di tendenza che poi capovolgerà l’Italia.

La Regione Liguria, poi Savona, soltanto alla fine – quando ormai il centrodestra vola – anche Genova e La Spezia. Prossima puntata Imperia.

La Liguria Rossa si ritrova Nera.

No, non è successo perché l’Italia è diventata di destra e Renzi è stato scaricato. E’ cominciato molto prima.

Noi italiani non brilliamo per la nostra memoria. Ma proviamo a ricordarci che cosa era la Liguria una manciata di anni fa. Il burlandismo – che andava perfino oltre Burlando – aveva radici ovunque: politica, economia, cultura, università, sanità, informazione, magistratura. Un modello di potere che, nel sogno di abolire l’opposizione, stava abbracciando tutti: dalla sinistra passando per il Pd fino alle prime propaggini della destra (quando Paita decise di candidarsi ottenne l’appoggio di tanti ex An). Perfino la Curia strizzava l’occhio a Burlando.

Il monumento a quella visione del potere era l’associazione politica di Burlando, il famoso Maestrale. C’erano tutti: portuali, ma anche padroni del porto; sindacalisti e imprenditori; dirigenti della Regione che approvavano i progetti, ma anche architetti e signori del mattone che dovevano realizzarli; poi manager pubblici, dirigenti della Sanità. Perfino gente dello spettacolo come Fabio Fazio.

Ricordiamoci cos’era la Liguria in quegli anni: una terra con il primato della cementificazione delle coste; una regione devastata dalle alluvioni dove si realizzavano outlet in quelle che un assessore regionale definiva “zone rosse”. Una terra travolta da scandali che portavano assessori regionali in manette e vedevano quasi metà dei consiglieri regionali indagati; la regione dove gente come Andrea Nucera, oggi latitante, otteneva finanziamenti per decine di milioni dalle banche locali (nei cda si trovavano politici di destra e sinistra e parenti assortiti); intanto Giovanni Berneschi guidava la Carige ottenendo applausi da tutti. Una regione dove quando Christian Abbondanza puntava il dito contro le infiltrazioni della ‘ndrangheta veniva sbeffeggiato. Mentre uno scandalo come quello della Festival – il più grande crack della storia della marineria italiana, con più di una contiguità nella politica – veniva archiviato nel silenzio della città.

No, non diamo tutte le colpe al ‘povero’ Burlando. Ma questa era la Liguria quando il centrosinistra governava ovunque.

E i liguri non ne potevano proprio più. Hanno votato i primi che hanno potuto: complici i disastri dei Cinque Stelle locali, gli elettori da La Spezia a Imperia si sono buttati nelle braccia di Toti. Poi di Bucci. Questo è successo.

Così oggi ci ritroviamo a commemorare i caduti di Salò. Ci becchiamo assessori che dicono di voler prendere a calci nel sedere chi chiede l’elemosina.

Burlando non avrebbe commemorato Salò. Ma senza il burlandismo forse non saremmo arrivati qui.

 

 

 

 

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