ANCHE I GIORNALISTI HANNO UN’ANIMA

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QUESTA SERA – VENERDI’ 1 DICEMBRE – ALLE 18 MARCO PREVE PRESENTERA’ IL SUO LIBRO “C’E’ VITA SU GOOGLE MAPS?” ALLA LIBRERIA UBIK DI SAVONA

Sessanta righe. A volte ci tocca racchiudere un fatto, una tragedia, un’esistenza in 3.600 battute. Bisogna scrivere i nomi dei protagonisti, la loro età, che cosa è successo. Poi magari la scena del delitto, le prove. Se c’è qualche testimone e le dichiarazioni di chi indaga. Scrivere, scrivere velocissimo, in una manciata di minuti.

E alla fine tante cose restano fuori. Il mistero dell’esistenza di una persona. Che magari ha rubato, ucciso, è morta in un incidente stradale. O semplicemente ha preso una mazzetta. Niente, resta tutto fuori: cosa l’ha spinta (se riusciamo a intuirlo), il suo stato d’animo, il dolore della vittima, ma anche del responsabile. E poi il dolore dei famigliari.

Ma succede anche quando devi scrivere di una fabbrica che chiude: devi riportare il numero dei posti di lavoro persi, le dichiarazioni dei sindacati, le parole dell’imprenditore. E poi non ti resta niente per raccontare il volto delle persone, le loro paure. Il futuro che diventa un incubo.

Tante cose restano sul taccuino. E nei pensieri. E’ un grande peso che ti porti dentro. Ma poi torna tutto fuori, c’è un bisogno che non puoi sopprimere di restituire quei frammenti che ti sei portato via. Di non farli finire così.

Allora magari nascono dei racconti.

Conosco Marco Preve da tanti anni. Abbiamo condiviso mille battaglie che da soli non avremmo avuto la forza e il coraggio di fare. Tante merendine al colesterolo divorate di notte correggendo le bozze per non sbagliare nemmeno una virgola che ci costasse una querela.

Però mi ha sorpreso quando un mese fa mi ha consegnato il suo libro: “C’è vita su Google Maps?” (Robin Edizioni). Ho cominciato a scorrere le pagine con il timore che ti prende quando leggi gli scritti di un amico. Hai paura che ti deludano, che non siano all’altezza di lui.

E invece no: che bello il libro di Marco! Lo direi comunque, daccordo, ma giuro che sono sincero. C’è fantasia e insieme precisione e misura nelle parole. C’è soprattutto un’abilità non comune di tenere viva la storia e di svilupparla. Non è facile per noi giornalisti, così abituati a dire tutto subito. A bruciare le storie. A sorvolare sui dettagli per andare dritti alla notizia.

La scrittura creativa è l’esatto opposto: devi mantenere viva l’attenzione, ma nello stesso tempo centellinare la trama. Lasciare che il quadro si componga piano piano. Per completarsi soltanto alla fine.

Marco Preve ci riesce. Racconta storie brevi, individuali, che però racchiudono vicende e problemi di tutti noi. Come il dipendente di call center che nella prima storia è costretto a convivere con sconosciuti, a scambiarsi con loro i vestiti per cercare di avere quell’eleganza che non si può permettere. Quanti di noi, in fondo, sono così! Quanto è difficile accettare il posto che la vita ci assegna nella società.

Bravo Marco, bravo davvero, gli ho detto anche se intanto non mi crede perché pensa che glielo avrei detto comunque.

E grazie per questo libro. Perché mi ha fatto conoscere i pensieri di Marco che magari non riuscivamo a confidarci mentre divoravamo merendine e scrivevamo il “Partito del Cemento”. Anche per questo scriviamo: per il bisogno di raccontarci e farci conoscere, che è diverso dall’essere conosciuti.

Per liberarci dal peso della vita che abbiamo incontrato nel nostro lavoro.

Preve degli articoli coraggiosi sul G8 (ecco perché ho scelto l’immagine dei pestaggi dove si vede Marco), dei libri sul cemento e delle inchieste senza paura sulla polizia. Marco anche dei racconti, però.

Leggetelo anche voi. Perché è bello, ma soprattutto perché vi farà conoscere una persona che vale. E vi farà scoprire che anche i giornalisti hanno dei pensieri oltre quelle poche parole che sono costretti a scrivere in 60 righe.

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